Legambiente contraria all’autorizzazione ampliamento sito produttivo su area impropria concessa dal comune di Curtarolo

Infelice e inappropriato il richiamo a Legambiente nell’ordinanza del TAR del Veneto sull’ampliamento HIDE Spa di Curtarolo.

Il nostro circolo aveva supportato i residenti preoccupati per l’impatto ambientale in zona agricola della società che opera nella raccolta e lavorazione di pelli grezze.

 

Sito produttivo vista aerea

Nella primavera del 2020, sollecitati da cittadini di Curtarolo, che in seguito si sono anche costituti in comitato, come Legambiente medio Brenta abbiamo seguito da vicino la richiesta di ampliamento del sito produttivo in zona impropria (agricola secondo il PAT del comune di Curtarolo) della ditta HIDE Spa, che opera nella raccolta e lavorazione di pelli grezze italiane.

Nella nostra attività, pur con limitazioni e difficoltà imposte dal lockdown, siamo riusciti a instaurare un dialogo e un confronto con la cittadinanza, e abbiamo incontrato la Giunta comunale e i consiglieri di opposizione per presentare tutti gli argomenti che ritenevamo validi e più che sufficienti per negare l’autorizzazione all’ampliamento. Ragioni che abbiamo formalizzato anche nelle nostre osservazioni regolarmente depositate nel luglio del 2020 e integralmente consultabili qui.

Tra le diverse perplessità che la nostra associazione aveva evidenziato alla commissione urbanistica del Comune di Curtarolo, quella relativa all’interesse pubblico di un ampliamento di un sito industriale in zona agricola (in assenza del quale non può essere approvata una variante al PAT); quella relativa al potenziale impatto ambientale delle lavorazioni delle pelli su suolo, acque e aria in un’area che, secondo il PATI del Medio Brenta, risulta classificata come “area di connessione naturalistica di secondo grado”, verificandone eventuali pericoli per le specie animali e vegetali protetti; l’incremento delle emissioni odorigene, che sconsigliano qualsiasi aumento di produzione in zona impropria e che, anzi, raccomandano il trasferimento dell’attività in area destinata all’insediamento di impianti produttivi; il prevedibile incremento dei volumi di traffico pesante in area rurale; da ultimo, ma non meno importante, l’inevitabile consumo di suolo dovuto all’ampliamento dell’impianto industriale, in una regione, come il Veneto, che si è dotata di una specifica legge, la 14/17 sul risparmio e consumo di suolo.

La Giunta del Comune di Curtarolo ha tuttavia deciso diversamente, autorizzando a fine 2020 l’ampliamento, contro il quale è stato presentato, da parte di un residente, ricorso al TAR per l’annullamento e richiesta di sospensiva.

Apprendiamo in questi giorni di un’ordinanza del TAR – N. 308/2021 del 15/07/2021 – con la quale viene respinta la domanda di sospensiva e condannato il ricorrente alla refusione delle spese.

Stupisce leggere in questa ordinanza che il Collegio, dopo aver dichiarato che «il ricorso non risulta sostenuto da apprezzabili prospettive di accoglimento (ferma restando ogni diversa valutazione da esprimersi nel prosieguo del giudizio, tenuto conto della numerosità e della complessità delle questioni in esame)», motiva la sua decisione con una serie di argomentazioni, tra le quali citiamo questo passaggio:

«nel caso in esame risulta espletata un’ampia istruttoria, anche sotto il profilo dell’impatto dell’intervento sul contesto ambientale di riferimento (istruttoria alla quale ha, peraltro, partecipato anche Legambiente, la quale, all’esito del procedimento, non ha ritenuto di promuovere alcuna iniziativa giudiziaria avverso i provvedimenti adottati)».

Ribadiamo pubblicamente che il circolo Legambiente Medio Brenta era ed è fermamente contrario all’autorizzazione concessa dal comune di Curtarolo, per tutte le motivazioni esposte nelle sedi istituzionali e ben riassunte negli ultimi quattro punti delle nostre osservazioni (consultabili qui).

Riteniamo sia del tutto inappropriato dedurre che in assenza di una azione giudiziaria da parte di una associazione di volontariato, che evidentemente non ha la forza di sostenere il peso economico di un ricorso e di un eventuale risarcimento, l’impatto sul contesto ambientale sia trascurabile: il consumo di suolo in area impropria si poteva e si può evitare, soluzioni alternative ci sono e sono state ben rappresentate, ma l’amministrazione ha deciso diversamente.

Anche il riferimento, nella stessa ordinanza, ad “un’ampia istruttoria” riteniamo sia del tutto fuori luogo: sono mancate reali occasioni di informazione pubblica del progetto alla cittadinanza, e gli stessi consiglieri comunali hanno avuto non poche difficoltà ad accedere alla documentazione, presentata a più riprese, e ad avere il tempo materiale per consultarla.

Accedere da uditori alla conferenza di servizi, istituto talmente snaturato da essere diventato solo un confronto tra avvocati in punta di diritto, non è sinonimo di ampia istruttoria e tanto meno di partecipazione.

Occorre garantire che chi vive vicino agli impianti proposti abbia diritto a tutte le informazioni sui progetti, che gli sia consentito porre domande e avere risposte imparziali, che vi sia certezza che alle preoccupazioni che emergono dal confronto pubblico sia dato seguito con approfondimenti. Per questo la nostra associazione è impegnata a livello nazionale per chiedere una legge per il dibattito pubblico sulle opere condivisa con altre realtà del volontariato.

Gli amministratori pubblici, in particolare, devono essere consapevoli del loro ruolo guida nell’assumere e comunicare una chiara visione di pianificazione strategica del territorio amministrato, che sappia tener conto del necessario contrasto alle attività climalteranti e della messa in atto di strategie di adattamento ai cambiamenti climatici, che sono inequivocabilmente causati dagli esseri umani e peggioreranno sempre di più se non ci sarà un “rapido” taglio delle emissioni inquinanti.

Basti pensare che dell’intensificarsi degli eventi meteorologici estremi siamo testimoni anche nei nostri territori negli ultimi anni, e le previsioni sul cambiamento climatico pubblicate da tempo dall’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change, il Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico delle Nazioni Unite), e integrate proprio in questi giorni, impongono a tutti noi, cittadini, imprese e amministratori pubblici, un salto culturale mai sperimentato prima nell’approccio alle nostre decisioni.

 

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