Le buone pratiche per la cura del suolo, bene comune.

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Il 5 ottobre il circolo di Legambiente Limena ha partecipato alla quinta puntata di Let’s Take The OSS, un progetto radiofonico che Francesca Peroni e Federico Fassina hanno presentato e vinto al Concorso  “Gioventù e Migrazioni. Insieme per un pianeta sostenibile e solidale“, organizzato da Gao Cooperazione Internazionale e Tavola Valdese, e che l’Associazione Immigrati ha promosso e appoggiato insieme a Radio Cooperativa. Il progetto Let’s take the OSS prevede un ciclo di dieci puntate radiofoniche, in diretta su Radio Cooperativa a partire dal 7 Settembre 2015, per aprire una riflessione sugli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (OSS) che l’ONU si è preposto di raggiungere a partire da settembre 2015. Le puntate sono scaricabili in formato mp3 sul sito di Radio Cooperativa al link che segue:

http://www.radiocooperativa.org/sitonuovo/podcast/?p=archive&cat=associazione_immigrati.

Tema della puntata è stato l’approfondimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (OSS) in materia di: ambiente sostenibile per tutti.

Ospiti della puntata sono stati Mario Brusamolin, il quale conduce una trasmissione su Radio Cooperativa intitolata “Non ci credo”; Gianumberto Caravello, docente di Ecologia presso l’Università di Padova e Ignazio Marcolongo di Legambiente Limena.

Legambiente Limena ha contribuito alla puntata parlando principalmente di buone pratiche in ambito agricolo. Questo perché il circolo di Limena da diversi anni si occupa e sviluppa il tema relativo ad un’altra agricoltura, diversa da quella chimica ed industriale, un’agricoltura sobria, responsabile e sapiente. Un altro motivo che ha spinto il circolo a parlare di questa tematica è che l’agricoltura rappresenta il settore primario, un settore indispensabile poiché connesso con il diritto al cibo.

Oggi viviamo in un periodo storico molto complesso sia dal punto di vista materiale che da quello spirituale. In questo momento il concetto di “pratiche” (d’uso del territorio) è fondamentale per comprendere le modalità con cui si costruisce il territorio urbano, periurbano e agricolo.

Così Legambiente Limena ha messo in evidenza come l’associazione stia affrontando la questione agricoltura sia a livello nazionale tramite varie campagne come Orti in festa e il Manifesto sulla nuova agricoltura, sia a livello locale tramite ad esempio il progetto “Orto bio e solidale” (fin dal 2010 affiancato a un corso di formazione teorico e pratico di orticoltura biologica “L’insalata era nell’orto”) e il corso di cosmesi naturale “Cosmesi e Dintorni”.

Le riflessioni che seguono fanno riferimento alle motivazioni che hanno spinto il circolo di Limena a focalizzare l’attenzione sulla questione agricola, cui sono state aggiunte alcune osservazioni personali.

Se oggi si parla di agricoltura, bisogna focalizzarsi in primis sulla globalizzazione. Cosa significa, da dove nasce e cosa comporta in ambito agricolo?

L’idea che l’uomo sia diventato creatore, è una logica pericolosa e mefistofelica, poiché le idee secondo cui gli uomini possono divenire super-uomini per mezzo di strumenti di sfruttamento derivanti dalla distruzione della terra e secondo cui gli uomini possono dominare la natura è stata fondamentale per lo sviluppo di una concezione dell’uomo al di fuori della natura.

La globalizzazione dei mercati richiede che si inneschi un fondamentale processo di standardizzazione[1] delle merci. In poche parole, il mercato globalizzato abbisogna di merci che si adattino alle modalità di trasporto e che si possano vendere alla maggior parte delle popolazioni ricche del mondo.

Se si accetta che l’uomo è al di fuori della natura bisogna trovare una misura, un mezzo che permetta di riconciliare uomo e natura. La misura che è stata adottata dal mercato si chiama denaro, ed è la misura adottata per qualsiasi merce.

Ora, è di nostro interesse notare come dal denaro si passi al capitale. La parola capitale ha origini latine e deriva da “testa” e in un allevamento si parla di “capi” di bestiame per l’appunto. Così le parole dei grandi potentati economici sono cambiate per poter essere più familiari, più usabili, più remunerative, poiché l’astratto si è incarnato in un concetto materiale, accessibile a tutti e familiare a tutti (da un insieme “natura” è stato espulso un insieme “uomo” il quale oggi si dovrebbe intersecare all’insieme natura per mezzo del denaro).

Ora, se parliamo di semi come merce e di cibo come merce allora dobbiamo capire che questi, in un contesto economico dominato dai dogmi del libero mercato, possono essere brevettati.

Questa logica di attribuzione dei brevetti ad un’ invenzione si applica però in genere solo ai settori che non hanno esplicitamente a che fare con la vita, al settore del design come a quello dell’alta tecnologia, ma oggi si sta allargando anche all’agricoltura. La Monsanto sta definendo dei brevetti per le sementi che reputa di sua proprietà. I semi brevettati, poiché geneticamente modificati, della Monsanto sono “costruiti” per resistere a tutti i prodotti chimici che può utilizzare l’agricoltura convenzionale. Uno fra tutti è il Roundup erbicida particolarmente tossico non solo per l’uomo ma anche per l’ambiente in generale i cui effetti sono stati ben riportati dal video-giornalista Paul Moreira in un reportage sulle conseguenze delle coltivazioni OGM e sull’uso del famigerato Roundup nelle pianure argentine.

Secondo il rapporto di Legambiente sui pesticidi che ogni giorno ci troviamo nel piatto, oggi, in Italia, un terzo dei campioni di frutta e verdura analizzati, pur rispettando le regole, presenta residui chimici (diserbanti, fungicidi, insetticidi, ecc)[2].

Il mercato, per essere globale, ha anche bisogno di poche varietà. La merce deve durare nel tempo (il tempo del trasporto, dello stoccaggio e dello smercio) e quindi si selezionano quelle poche varietà che si addicono a questo tipo di commercio. Così il paesaggio agrario tipico è connotato dalla monocoltura. In una logica di profitto e dunque quantitativa e non qualitativa prevale il prezzo, non il valore, prevale il quanto e non il come, insomma prevale in denaro e non lo star bene.

L’odierna agricoltura capitalistico-industriale sta standardizzando tutto. Nel complesso la standardizzazione ha portato anche verso una complessiva perdita di biodiversità. La perdita di biodiversità per l’agricoltura è come la perdita della pelle per l’uomo. Senza pelle ci si ammala immediatamente. La pelle argina l’insorgere delle malattie.

Se le piante si ammalano più spesso e in maniera più grave allora, secondo l’agricoltura convenzionale bisogna atomizzare pesticidi, fungicidi e altro ancora. Questi pesticidi sono biocidi, annientano la vita del terreno e del territorio poiché vengono trasportati a chilometri di distanza dal luogo di atomizzazione dal vento e dal calore e permangono nel terreno e nelle falde acquifere. Insomma queste sostanze avvelenano sia la terra che l’acqua che l’aria che l’uomo.

In un contesto agricolo globalizzato in cui predomina la logica del profitto bisogna anche abbattere i costi della manodopera, soprattutto per la raccolta del prodotto.

Sarebbero oltre 400.000, secondo stime Cgil, i lavoratori sfruttati ogni anno illegalmente nelle campagne italiane. Mentre ammonta a oltre un miliardo di euro, secondo il rapporto Legambiente Ecomafia, il valore delle merci e beni sequestrati nel settore agroalimentare nel solo 2011. Tra i reati più diffusi la contraffazione dell’origine delle materie prime, fenomeno agevolato dai tortuosi percorsi del cibo lungo le filiere di distribuzione.

Queste sono alcune motivazioni che hanno spinto il circolo ad affrontare la questione.

Ora, già nel 1972 la Dichiarazione delle Nazioni Unite sull’ambiente umano (Stoccolma) affermava che “l’uomo è al tempo stesso creatura e artefice del suo ambiente, che gli assicura la sussistenza fisica e gli offre la possibilità di uno sviluppo intellettuale, morale, sociale e spirituale”, e ancora che “l’uomo ha un diritto fondamentale alla libertà, all’uguaglianza e a condizioni di vita soddisfacenti, in un ambiente che gli consenta di vivere nella dignità e nel benessere”.

Nella conferenza di Rio del 1992 si è definito lo sviluppo sostenibile come “uno sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni”. Oggi tra i diciassette goals dell’ONU c’è ad esempio (è il secondo obiettivo) quello di porre fine alla fame, raggiungere la sicurezza alimentare e promuovere un’ agricoltura sostenibile.

L’agricoltura può quindi decidere oggi di percorrere un’altra strada più sobria e rispettosa dell’ambiente. Può decidere di puntare sulla qualità  rispettando gli elementi terra, acqua, aria e luce (che comprende anche il calore) necessari allo sviluppo di un buon organismo agricolo, favorendo l’incremento della fertilità del suolo, promuovendo i cibi locali e le catene corte (consentono spesso di avere cibo più sano o quantomeno più controllato e riduzione degli sprechi). Oggi sono possibili tipi di agricoltura più saggia, uno  fra tutti l’agricoltura biodinamica, ma anche la biologica e la sinergica (per esempio in contesti maggiormente urbanizzati) sono  pratiche agricole auspicabili.

Riagganciandomi alle considerazioni iniziali sulle “pratiche” bisogna far emergere come queste pratiche di cura del bene comune (agricolo, urbano, ecc.) siano già presenti nelle nostre città e nelle nostre campagne. Ci sono tante persone, singole o associate che si prendono cura del bene comune. Solo per fare degli esempi, in Veneto ci sono, oltre a vari circoli di Legambiente, associazioni come La Biolca (Battaglia Terme) e Spiazzi Verdi, Poveglia per tutti e l’orto comune di San Giacomo dell’Orio (Venezia). Se si vuole indagare più a fondo il tema consiglio di visitare periodicamente il sito di LABSUS (LABoratorio per la SUSsidiarietà) che è: www.labsus.org.

 

                        Ignazio Marcolongo – Circolo Legambiente Limena

[1] L’idea dello standard, il cui intimo significato derivato dall’inglese antico è ‘stendardo’, ‘insegna’, è quella di trovare un modello predefinito che conchiuda al suo interno una verità oggettiva di lettura delle cose.

[2] È nella frutta che si concentra la gran parte del multi residuo: il 52,4% delle pere è regolare ma con più di un residuo chimico, come pure il 44,7% dell’uva, il 43,3% delle mele o il 42% delle fragole.

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